Ivano Tavaglione

Prima del metodo, c’è stata la strada. Prima di WAYBE, c’è stato un percorso personale lungo anni, fatto di cammini reali, incontri veri, formazione e una domanda che non andava via. Questa è quella storia.

Geometra libero professionista, iscritto all’Albo dei Geometri.
Mental Coach professionista con specializzazione in Programmazione Neuro Linguistica, diploma riconosciuto A.I.C.P.
Guida Escursionistica Ambientale con abilitazione professionale Regione Piemonte, iscritto ad A.I.G.A.E.
Mindfulness Professional Trainer e M.B.S.R. Teacher Trainer, iscritto al Registro Nazionale della Federmindfulness.
Guida di Forest Bathing certificata Forest Therapy Hub.

Quando funzionare non basta

Per molto tempo ho fatto ciò che andava fatto.
Studi, lavoro, responsabilità.

Funzionavo.

E funzionare, visto da fuori, sembrava sufficiente.

Ma c’è una differenza sottile tra andare avanti e sapere dove stai andando, tra fare le cose e sentirle davvero tue.

Quella differenza la conoscevo bene. Non urlava, non si imponeva, ma stava lì, silenziosa e costante, come una bussola che non riesce a trovare il nord e continua ad oscillare.

Non l’ho silenziata distraendomi.
L’ho attraversata camminando.

I viaggi — Imparare a stare


Europa, Asia, Sud America.

Zaino in spalla e vita piena.

Ho dormito per strada, porti, spiagge, stazioni, monasteri e boschi. Mi sono perso nel souk di Marrakech e nelle favelas di Rio de Janeiro, preso treni senza porte in Portogallo e autobus cubani incastrato tra le galline. Ho navigato in canoa sul Rio delle Amazzoni, attraversato il Sahara, camminato sulla Muraglia cinese, meditato nei templi di Bangkok e guardato Kuala Lumpur dall’alto dei suoi grattacieli.

Non cercavo adrenalina da raccontare. Cercavo di capire se ero capace di stare.

Viaggiare in quel modo ti toglie le protezioni artificiali, ti mostra il mondo reale. Ti obbliga a osservare prima di parlare, a leggere l’ambiente prima di entrarci, a sentire quando è il momento di esporsi e quando è il momento di restare in silenzio. Ho imparato ad adattarmi senza perdermi, a stare con le persone senza invaderle, a trovare un equilibrio che non dipendesse dalle condizioni esterne.

I viaggi mi hanno allargato lo sguardo. Mi hanno insegnato che l’equilibrio non è qualcosa che trovi fuori. È qualcosa che coltivi dentro mentre tutto cambia.

Non cercavo solo paesaggi, ma cercavo contatto. Il cammino mi ha insegnato che ciò che non entra nello zaino spesso non serve, e che la leggerezza non è una condizione di partenza, ma qualcosa che guadagni passo dopo passo. Per me camminare non è mai stato muovere il corpo, ma un modo di stare nel mondo.

I cammini — Costruire profondità

Poi è arrivato il tempo della lentezza.
Non più spostamenti con mezzi, ma settimane intere a piedi.

Oltre 2700 chilometri a piedi: da Saint-Jean-Pied-de-Port a Santiago de Compostela, dal Gran San Bernardo a Roma, e poi ancora da Roma a Santa Maria di Leuca.

Chi non ha mai camminato per settimane consecutive fatica a immaginare cosa succede. Non è fatica fisica, quella è solo la superficie. È che dopo qualche giorno il rumore interno si abbassa, cade il superfluo, quasi senza che tu te ne accorga.

E quello che resta: il ritmo, il respiro, la direzione… inizia a parlare con una voce più chiara.
Non puoi fingere il passo. Non puoi accelerare per sembrare qualcuno. Non puoi scappare da ciò che senti, perché il cammino te lo riporta davanti ogni giorno, fedele e silenzioso.

Non è stato un momento a trasformarmi. È stata la continuità, il tornare ogni giorno sulla strada, anche quando non era epico, anche quando era solo necessario. Ho capito lì, in modo fisico e inequivocabile, che non è l’intensità a cambiare le persone. È la coerenza. È il mantenere una direzione anche quando nessuno ti guarda.
I cammini mi hanno dato qualcosa che nessun corso avrebbe potuto darmi: profondità, stabilità e una responsabilità più onesta verso me stesso.

Esperienza e responsabilità

A un certo punto ho sentito che tutto ciò che avevo vissuto non poteva restare solo un percorso personale.
È lì che è iniziata una formazione intensa, non per accumulare titoli, ma per dare struttura a ciò che avevo compreso sul campo.

Il mio lavoro di geometra mi aveva già insegnato che una visione senza progetto si disperde. La guida ambientale mi ha insegnato il valore del ritmo e della sicurezza. Il coaching mi ha dato strumenti per trasformare intuizioni in passi concreti. La mindfulness mi ha insegnato che senza presenza ogni cambiamento resta superficiale.

Non sono state scelte casuali, sono state conseguenze naturali di ciò che avevo vissuto.
Avevo sperimentato cosa succede quando ti muovi senza direzione e cosa accade quando il passo diventa coerente. Sentivo il bisogno di creare spazi in cui anche altri potessero attraversare quella distanza, non come fuga dalla propria vita, ma come chiarimento e ritorno a sè.

Il momento della svolta

Il punto di svolta non è stato un evento spettacolare. Non c’è stato un giorno preciso da segnare sul calendario.
È stato un riconoscimento silenzioso.

Parlando con persone che vivevano quella stessa distanza che avevo conosciuto anch’io, ho iniziato a vedere uno schema. Non era solo una mia storia. Era una condizione diffusa: persone competenti, funzionanti, responsabili, ma interiormente scollegate.

Ho capito che il cammino non era più solo uno spazio personale di ricerca. Era uno strumento.
In quel momento ho sentito con chiarezza che non volevo più limitarmi a fare esperienze per me. Volevo creare contesti in cui il movimento, il ritmo e la presenza potessero aiutare altri a ritrovare una direzione propria.

Non per salvarli.
Non per insegnare loro come vivere.
Ma per offrire uno spazio strutturato in cui potessero ascoltarsi con più onestà di quanto la vita quotidiana permetta.

Da lì è iniziato tutto.

Non da un’idea brillante.
Non da una strategia.
Ma dal desiderio di ridurre quella distanza, prima in me, poi negli altri, tra ciò che si fa e ciò che si sente davvero proprio.

Ed è su quella continuità che ho costruito waybe.

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